
Alessandro Giannì, Andrea Polichetti, Stefano
Galli, Zelam Lim, Tao Siqi, Jingge Dong
Opening 23 gennaio ore 18.00
Dal 24 gennaio al 7 marzo 2026
La galleria Nicola Pedana è lieta di presentare Interwave, mostra di sei giovani artisti di nuova generazione. Il progetto espositivo si concentra sull’incontro di due culture, italiana e cinese, fisicamente molto lontane, ma accomunate dalla ricerca artistica contemporanea.
Gli artisti Alessandro Giannì, Andrea Polichetti, Stefano Galli, Zelam Lim, Tao Siqi e Jingge Dong, incontrandosi a seguito di residenze e mostre tenutesi in Cina presso No Name Studio, sisono interrogati e confrontati sui linguaggi artistici di ultima generazione, sull’utilizzo dellatecnologia applicabile a pratiche analogiche e più in generale sull’arte contemporanea e sul suo
rapporto con la realtà, realizzando così un progetto inedito per gli spazi della galleria.
Tramite l’espediente artistico essi creano un ponte di collegamento tra Oriente e Occidente, fondendo le radici di entrambe le culture in un’ottica visionaria e contemporanea.Il concetto di Interwave diventa chiaro e palpabile nelle opere di questi artisti che intendono veicolare il presente e le connessioni culturali partendo da un’analisi della realtà attuale, una riflessione spontanea che si fa consapevolezza e materia. Il corpo delle opere esposte apre dunque scenari contemporanei con rimandi a simbologie
arcaiche e futuristiche, nelle quali l’osservazione e la reinterpretazione del mondo si trasformano in materia vibrante, sintesi del sentire di una socialità globale e collettiva che abbraccia varie culture interconnesse in una sincronia.
Natura, tecnologia, uomo e quotidiano si fondono in un unicum continuo e complementare come chiave di lettura per il miglioramento della condizione umana.
Prefazione di Vittoria Magrì
L’utilizzo metaforico della parola Interwave, deriva dalle radici linguistiche inter- (tra, dentro) e wave (onda), suggerendo movimento, scambio e attraversamento di confini. Questi concetti sono alla base del mondo odierno e risuonano nelle pratiche e nei linguaggi utilizzati dagli artisti in mostra, provenienti da Italia e Cina.
È proprio in questi due Paesi che Jingge Dong, Stefano Galli, Alessandro Giannì, Zelam Lim, Andrea Polichetti e Tao Siqi si sono incontrati, partecipando a mostre o residenze che hanno reso possibili confronto e interferenze reciproche.
Il progetto espositivo prende forma a partire da queste premesse cercando di stabilire un dialogo tra prospettive e contesti molto distanti tra loro, sia geograficamente che culturalmente, in cui l’arte fa da ponte tra soggettività, forme espressive e sensibilità differenti, favorendo uno scambio aperto e una comprensione reciproca nel panorama della ricerca contemporanea.
Anche tecniche artistiche e identità visive storicamente radicate si intrecciano con media innovativi e materiali industriali tipici della contemporaneità. Essi non sono in opposizione tra loro, ma in tensione produttiva. Ed ecco che la pittura tradizionale cinese si mescola con i graffiti e l’arte urbana; le vestigia di una civiltà passata mutano dalla pietra al metallo e al neon; le immagini sviluppate digitalmente vengono tradotte in pittura ad olio. Questi linguaggi eterogenei, pur mantenendo le proprie specificità si pongono in relazione generando pratiche ibride che interrogano criticamente le trasformazioni del nostro tempo e le modalità
contemporanee di produzione del senso.
Il processo di attingere sia dal passato che dal presente, sia dalla tradizione che dall’innovazione, evoca proprio il movimento dell’onda che avanza e si ritira sulla sabbia in un ciclo di trasformazione e rinascita. Nella filosofia cinese, la metafora dell’onda, spesso legata al Taoismo e al concetto di Yin e Yang, rappresenta il continuo mutamento dell’universo, l’interdipendenza tra opposti e l’importanza di accettare il flusso dinamico che governa l’esistenza, suggerendo una visione del mondo fondata sull’armonia tra forze in costante relazione. La mostra vuole perciò comunicare un approccio all’arte non come eredità statica, ma come materia viva capace di rinnovarsi attraverso la transculturalità, generando nuove possibilità di lettura della Storia e di sperimentazione delle immagini. L’arte rappresenta uno strumento di riflessione sul continuo divenire del mondo, suggerendo una visione in cui l’essere umano dialoga con le trasformazioni del presente e ne accoglie la complessità come parte integrante
della propria esistenza. Attraverso la fusione di simboli cinesi e tecniche artistiche occidentali, la pittura di Jingge Dong
esplora l’interazione tra Oriente e Occidente, con l’obiettivo di capire se tra questi due mondi può innestarsi una reazione chimica. In questo modo Dong approfondisce le complessità dell’identità culturale, riflettendo il suo percorso di assimilazione ed esplorazione personale, avendo studiato tra Shanghai, Pechino e Venezia. Le sue opere con tinte soffuse e delicate
pongono l’attenzione sul processo, in un’ottica di continua trasformazione tra figurazione e astrazione, tra ordine e caos e di interrogazione del proprio senso del sé.
La pratica di Stefano Galli indaga le dinamiche dell’impatto e dell’uso dell’immagine nella società contemporanea, interrogando il modo in cui ci relazioniamo ad essa e il rapporto tra realtà e mondo digitale, in un’epoca in cui tutto appare sempre più interconnesso. Ciò si evince anche dal processo stesso di creazione dell’immagine, in cui è fondamentale l’utilizzo della
fotografia, del disegno digitale e della pittura, in una combinazione di memorie esistenti e immagini di fantasia. Nei quadri in mostra il paesaggio marino si pone in contrasto con gli elementi digitali generati dall’uso dello smartphone, ormai profondamente radicato nella vita quotidiana e divenuto un’estensione del corpo e dello sguardo umano.
Nelle opere di Alessandro Giannì la pittura si configura come un dispositivo in dialogo con i linguaggi digitali, Internet e le tecnologie contemporanee. La sua ricerca si muove in una zona di sovrapposizione tra digitale e analogico, esplorando territori visivi in cui percezione, memoria e immaginazione entrano in relazione. Le composizioni prendono spesso avvio da processi digitali sviluppati dall’artista, talvolta attraverso Vasari, un’intelligenza artificiale da lui concepita come strumento di ricerca, per poi essere tradotte in pittura ad olio. Il lavoro di Giannì non si concentra sulla tecnologia come metodo esclusivo, ma sull’immagine come campo di stratificazione e riscrittura, un materiale che il digitale permette di isolare, riorganizzare e
reinterpretare, aprendo nuove possibilità di lettura della Storia delle immagini e dei suoi immaginari.
Dopo un’istruzione volta allo studio della pittura tradizionale cinese, nei primi anni Duemila Zelam Lim entra in contatto con i graffiti e l’arte urbana. Questa doppia formazione, in equilibrio tra rigore accademico e libertà espressiva, costituisce il fulcro della sua pratica artistica. Nel corso degli ultimi due decenni l’artista ha sviluppato un linguaggio pittorico distintivo che combina tecniche a inchiostro, acrilici e vernici spray, costruendo un ponte tra tradizione e modernità, contemplazione e movimento. Mettendo in dialogo armonico luce, colore e forma, Lim crea opere meditative che interrogano la percezione e il rapporto dell’uomo con la natura. Nelle sculture di Andrea Polichetti emerge la visione di una possibile idea di rovina, nella quale è intrinseco il conflitto tra uomo, natura e tempo. I residui architettonici delle sue opere diventano dispositivi di riflessione, attivandosi nella loro relazione con lo spazio e attraverso la sperimentazione di materiali industriali come il neon e i metalli. Questi materiali registrano lo scorrere del tempo, manifestandone il decadimento attraverso processi di corrosione e
degrado, rendendo visibile una temporalità in continua trasformazione.
La pratica meticolosa e rigorosa di Tao Siqi si concentra sull’esplorazione delle sensazioni corporee come piacere, disgusto, attrazione e repulsione. Nei suoi dipinti, la stratificazione del colore e delle pennellate non mira soltanto ad accrescere la complessità visiva, ma costruisce un dialogo sottile tra percezione visiva ed esperienza emotiva, invitando lo spettatore ad immergersi in un’atmosfera allo stesso tempo intensa e distaccata. Attraverso l’uso dell’espediente cinematografico del close-up,
l’artista concentra l’attenzione su specifici dettagli corporei, modellandoli e amplificandone la percezione, come evidente nelle opere presentate in mostra.
Testo di Marta Pellerini



