Eco dal confine

Eco dal confine

Alessandro Giannì

Opening venerdì 22 maggio dalle ore 12.00 alle ore 17.00

– Ultimo ingresso previsto per la visita ore 16.15 –

Dal 23 maggio al 15 luglio 2026

Testo di Chiara Pirozzi

Complesso Monumentale Purgatorio ad Arco

via dei Tribunali 39, 80138 Napoli

 

Venerdì 22 maggio inaugura la mostra Eco dal confine, personale di Alessandro Giannì (Roma, 1989) presso il Complesso Monumentale Purgatorio ad Arco di Napoli, con il patrocinio del Comune di Napoli e il Matronato della Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee – museo Madre. Accompagnata da un testo critico di Chiara Pirozzi e con il coordinamento di Vittoria Magrì, la mostra è stata concepita dall’artista appositamente per il luogo, presentando un allestimento site-specific e nuove produzioni. A partire dalle suggestioni materiali e immateriali richiamate dall’Ipogeo della seicentesca Chiesa di Santa Maria delle anime del Purgatorio ad Arco, Alessandro Giannì ha realizzato una serie di sculture in ceramica che, come presenze ultraterrene, si collocano all’interno dello spazio in una dimensione sospesa e sono intese dall’artista come risonanze in oscillazione fra diversi piani della realtà, evocando una condizione esistenziale indefinita e spirituale.

La pratica di Alessandro Giannì, che si muove tra pittura e scultura, nasce da una ricerca in cui tradizione, processi digitali e nuove tecnologie dialogano influenzandosi reciprocamente. Spesso resta incognita nei processi di produzione delle opere, aprendosi a una riflessione fra le potenzialità generate dalle due modalità in termini di materia, tecniche e gesti.

L’installazione concepita per il Complesso Monumentale Purgatorio ad Arco connette dunque la ricerca pregressa dell’artista con la storia dell’arte, il rito e l’identità dello spazio; inserendosi all’interno di un progetto di valorizzazione dello spazio museale attivato mediante la relazione con l’arte contemporanea.

testo di Chiara Pirozzi

La natura delle cose resta una questione stratificata e complessa, spesso enigmatica, nutrita di esperienze e suggestioni, tradizioni e mondi culturali. Anche lo stato delle cose, che può apparire stabile per un certo tempo, è in realtà costantemente attraversato da movimenti e trasformazioni. Con le sue sculture, Alessandro Giannì sembra voler restituire una condizione indefinita che emerge da una materia mobile e magmatica, dalla quale affiorano sagome avvolte dal mistero.

Le immagini che l’artista trasforma in visioni sono risonanze, brusii di senso di cui non sempre è possibile intercettare un referente fisico. Eco dal confine, titolo della mostra, suggerisce un abbaglio percettivo che si agita in uno stato liminale e che l’artista restituisce in forma plastica e puntuale attraverso elementi autonomi ma inevitabilmente sospesi all’interno della medesima trama relazionale. Le opere sembrano manifestarsi, difatti, come presenze in transito, frammenti di apparizioni che sfuggono a una definizione stabile e che mantengono aperta la possibilità di molteplici interpretazioni. In questa oscillazione continua tra riconoscibilità e dissolvenza, l’immagine perde il proprio carattere descrittivo per assumere una dimensione più percettiva e mentale, prossima all’esperienza del ricordo o del sogno.

L’installazione concepita da Alessandro Giannì in stretta relazione con gli spazi della chiesa inferiore di Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco connette la ricerca dell’autore all’identità del luogo, innestandosi in una temporalità costruita sull’ambiguità fra documentazione d’archivio e leggenda, tradizione e rito.
In questo ambiente fortemente connotato e carico di presenze, l’artista interviene sia con elementi che attraversano lo spazio in senso orizzontale, sia con forme che, a partire da questa direttrice, si sviluppano verticalmente. La relazione con l’architettura non assume mai una funzione meramente scenografica, ma diventa parte integrante del processo installativo, attivando un dialogo continuo tra le opere, la memoria sedimentata del luogo e il corpo del visitatore. L’esperienza dello spazio si costruisce così attraverso una tensione emotiva, nella quale prossimità e distanza, luce e ombra, materia e vuoto convivono e si attraversano.

L’installazione site-specific propone differenti dimensioni che agiscono nei passaggi di stato, in cui la materia transita continuamente dal solido al liquido e viceversa. Una condizione che, all’interno della chiesa del Purgatorio ad Arco, assume inevitabilmente una valenza spirituale e mistica, ma che nella pratica di Alessandro Giannì è già inscritta in una ricerca nutrita dall’ambiguità tra analogico e digitale. Tale tensione permane spesso come elemento indecidibile nei processi di produzione delle opere, aprendosi a una riflessione sulle possibilità generate dalle due modalità in termini di materia, tecnica e gesto.

Muovendosi tra pittura e scultura, l’artista inserisce nella propria indagine teorica e pratica una riflessione sulla produzione delle immagini, la cui autorialità può essere condivisa con le tecnologie digitali e con l’intelligenza artificiale. Con quest’ultima Giannì sembra ingaggiare una sfida aperta, accogliendo casualità ed errore, lasciandosi trasportare dal processo come nell’attraversamento contemplativo di un paesaggio. In questo senso, la tecnologia non viene assunta come semplice strumento operativo, ma come dispositivo capace di alterare le modalità percettive e cognitive attraverso cui l’immagine prende forma. Le opere si collocano dunque in uno spazio ambiguo, dove l’origine del gesto resta volutamente opaca e dove la distinzione tra intervento umano e generazione algoritmica tende progressivamente a dissolversi.

Se torniamo infine ai due termini che compongono il titolo della mostra – Eco dal confine – entrambi descrivono condizioni inscrivibili in un territorio ma, al tempo stesso, appaiono reciprocamente contraddittorie: un’eco, per sua natura, non può ammettere confinamenti ed è in grado di riscrivere prospettive spaziali e sue percezioni.
Alessandro Giannì propone visioni che precedono il momento in cui l’immagine si cristallizza in un’idea definita, quando ancora permangono possibilità molteplici e non orientate, aperte a sviluppi differenti. In questa fase germinale, la ricerca si apre a una dimensione instabile, mobile e irriducibile, in cui le forme restano in uno stato di continua negoziazione con la materia e con la percezione. Come un’eco che risuona sulla soglia, il suo lavoro si colloca in uno spazio interstiziale in cui ciò che appare non è mai del tutto separato da ciò che sta per emergere, ma ne costituisce piuttosto una traccia in trasformazione continua.


Interwave

Alessandro Giannì, Andrea Polichetti, Stefano

Galli, Zelam Lim, Tao Siqi, Jingge Dong

Opening 23 gennaio ore 18.00

Dal 24 gennaio al 7 marzo 2026

La galleria Nicola Pedana è lieta di presentare Interwave, mostra di sei giovani artisti di nuova generazione. Il progetto espositivo si concentra sull’incontro di due culture, italiana e cinese, fisicamente molto lontane, ma accomunate dalla ricerca artistica contemporanea.
Gli artisti Alessandro Giannì, Andrea Polichetti, Stefano Galli, Zelam Lim, Tao Siqi e Jingge Dong, incontrandosi a seguito di residenze e mostre tenutesi in Cina presso No Name Studio, sisono interrogati e confrontati sui linguaggi artistici di ultima  generazione, sull’utilizzo dellatecnologia applicabile a pratiche analogiche e più in generale sull’arte contemporanea e sul suo
rapporto con la realtà, realizzando così un progetto inedito per gli spazi della galleria.
Tramite l’espediente artistico essi creano un ponte di collegamento tra Oriente e Occidente, fondendo le radici di entrambe le culture in un’ottica visionaria e contemporanea.Il concetto di Interwave diventa chiaro e palpabile nelle opere di questi artisti che intendono veicolare il presente e le connessioni culturali partendo da un’analisi della realtà attuale, una riflessione spontanea che si fa consapevolezza e materia. Il corpo delle opere esposte apre dunque scenari contemporanei con rimandi a simbologie
arcaiche e futuristiche, nelle quali l’osservazione e la reinterpretazione del mondo si trasformano in materia vibrante, sintesi del sentire di una socialità globale e collettiva che abbraccia varie culture interconnesse in una sincronia.
Natura, tecnologia, uomo e quotidiano si fondono in un unicum continuo e complementare come chiave di lettura per il miglioramento della condizione umana.

Prefazione di Vittoria Magrì
L’utilizzo metaforico della parola Interwave, deriva dalle radici linguistiche inter- (tra, dentro) e wave (onda), suggerendo movimento, scambio e attraversamento di confini. Questi concetti sono alla base del mondo odierno e risuonano nelle pratiche e nei linguaggi utilizzati dagli artisti in mostra, provenienti da Italia e Cina.
È proprio in questi due Paesi che Jingge Dong, Stefano Galli, Alessandro Giannì, Zelam Lim, Andrea Polichetti e Tao Siqi si sono incontrati, partecipando a mostre o residenze che hanno reso possibili confronto e interferenze reciproche.
Il progetto espositivo prende forma a partire da queste premesse cercando di stabilire un dialogo tra prospettive e contesti molto distanti tra loro, sia geograficamente che culturalmente, in cui l’arte fa da ponte tra soggettività, forme espressive e sensibilità differenti, favorendo uno scambio aperto e una comprensione reciproca nel panorama della ricerca contemporanea.
Anche tecniche artistiche e identità visive storicamente radicate si intrecciano con media innovativi e materiali industriali tipici della contemporaneità. Essi non sono in opposizione tra loro, ma in tensione produttiva. Ed ecco che la pittura tradizionale cinese si mescola con i graffiti e l’arte urbana; le vestigia di una civiltà passata mutano dalla pietra al metallo e al neon; le immagini sviluppate digitalmente vengono tradotte in pittura ad olio. Questi linguaggi eterogenei, pur mantenendo le proprie specificità si pongono in relazione generando pratiche ibride che interrogano criticamente le trasformazioni del nostro tempo e le modalità
contemporanee di produzione del senso.

Il processo di attingere sia dal passato che dal presente, sia dalla tradizione che dall’innovazione, evoca proprio il movimento dell’onda che avanza e si ritira sulla sabbia in un ciclo di trasformazione e rinascita. Nella filosofia cinese, la metafora dell’onda, spesso legata al Taoismo e al concetto di Yin e Yang, rappresenta il continuo mutamento dell’universo, l’interdipendenza tra opposti e l’importanza di accettare il flusso dinamico che governa l’esistenza, suggerendo una visione del mondo fondata sull’armonia tra forze in costante relazione. La mostra vuole perciò comunicare un approccio all’arte non come eredità statica, ma come materia viva capace di rinnovarsi attraverso la transculturalità, generando nuove possibilità di lettura della Storia e di sperimentazione delle immagini. L’arte rappresenta uno strumento di riflessione sul continuo divenire del mondo, suggerendo una visione in cui l’essere umano dialoga con le trasformazioni del presente e ne accoglie la complessità come parte integrante
della propria esistenza. Attraverso la fusione di simboli cinesi e tecniche artistiche occidentali, la pittura di Jingge Dong
esplora l’interazione tra Oriente e Occidente, con l’obiettivo di capire se tra questi due mondi può innestarsi una reazione chimica. In questo modo Dong approfondisce le complessità dell’identità culturale, riflettendo il suo percorso di assimilazione ed esplorazione personale, avendo studiato tra Shanghai, Pechino e Venezia. Le sue opere con tinte soffuse e delicate
pongono l’attenzione sul processo, in un’ottica di continua trasformazione tra figurazione e astrazione, tra ordine e caos e di interrogazione del proprio senso del sé.
La pratica di Stefano Galli indaga le dinamiche dell’impatto e dell’uso dell’immagine nella società contemporanea, interrogando il modo in cui ci relazioniamo ad essa e il rapporto tra realtà e mondo digitale, in un’epoca in cui tutto appare sempre più interconnesso. Ciò si evince anche dal processo stesso di creazione dell’immagine, in cui è fondamentale l’utilizzo della
fotografia, del disegno digitale e della pittura, in una combinazione di memorie esistenti e immagini di fantasia. Nei quadri in mostra il paesaggio marino si pone in contrasto con gli elementi digitali generati dall’uso dello smartphone, ormai profondamente radicato nella vita quotidiana e divenuto un’estensione del corpo e dello sguardo umano.
Nelle opere di Alessandro Giannì la pittura si configura come un dispositivo in dialogo con i linguaggi digitali, Internet e le tecnologie contemporanee. La sua ricerca si muove in una zona di sovrapposizione tra digitale e analogico, esplorando territori visivi in cui percezione, memoria e immaginazione entrano in relazione. Le composizioni prendono spesso avvio da processi digitali sviluppati dall’artista, talvolta attraverso Vasari, un’intelligenza artificiale da lui concepita come strumento di ricerca, per poi essere tradotte in pittura ad olio. Il lavoro di Giannì non si concentra sulla tecnologia come metodo esclusivo, ma sull’immagine come campo di stratificazione e riscrittura, un materiale che il digitale permette di isolare, riorganizzare e
reinterpretare, aprendo nuove possibilità di lettura della Storia delle immagini e dei suoi immaginari.
Dopo un’istruzione volta allo studio della pittura tradizionale cinese, nei primi anni Duemila Zelam Lim entra in contatto con i graffiti e l’arte urbana. Questa doppia formazione, in equilibrio tra rigore accademico e libertà espressiva, costituisce il fulcro della sua pratica artistica. Nel corso degli ultimi due decenni l’artista ha sviluppato un linguaggio pittorico distintivo che combina tecniche a inchiostro, acrilici e vernici spray, costruendo un ponte tra tradizione e modernità, contemplazione e movimento. Mettendo in dialogo armonico luce, colore e forma, Lim crea opere meditative che interrogano la percezione e il rapporto dell’uomo con la natura. Nelle sculture di Andrea Polichetti emerge la visione di una possibile idea di rovina, nella quale è intrinseco il conflitto tra uomo, natura e tempo. I residui architettonici delle sue opere diventano dispositivi di riflessione, attivandosi nella loro relazione con lo spazio e attraverso la sperimentazione di materiali industriali come il neon e i metalli. Questi materiali registrano lo scorrere del tempo, manifestandone il decadimento attraverso processi di corrosione e
degrado, rendendo visibile una temporalità in continua trasformazione.
La pratica meticolosa e rigorosa di Tao Siqi si concentra sull’esplorazione delle sensazioni corporee come piacere, disgusto, attrazione e repulsione. Nei suoi dipinti, la stratificazione del colore e delle pennellate non mira soltanto ad accrescere la complessità visiva, ma costruisce un dialogo sottile tra percezione visiva ed esperienza emotiva, invitando lo spettatore ad immergersi in un’atmosfera allo stesso tempo intensa e distaccata. Attraverso l’uso dell’espediente cinematografico del close-up,
l’artista concentra l’attenzione su specifici dettagli corporei, modellandoli e amplificandone la percezione, come evidente nelle opere presentate in mostra.
Testo di Marta Pellerini


Voyeur Giuseppe Gallo

Voyeur

Giuseppe Gallo

Opening 27 settembre ore 18.00

Dal 28 settembre al 20 dicembre 2025

Sabato 27 settembre, alle ore 18.00, la Galleria Nicola Pedana di Caserta inaugura Voyeur, la mostra personale del maestro Giuseppe Gallo voce dell’arte italiana contemporanea riconosciuto, a livello internazionale, per la sua ricerca pittorica e scultorea.

La mostra, concepita in stretta relazione con gli spazi della galleria, raccoglie un nucleo di opere recenti, in cui pittura e scultura dialogano attraverso un linguaggio denso di rimandi simbolici. Gallo dà un incipit ai fruitori della mostra attraverso il titolo della stessa. Voyeurdiviene chiave di accesso al percorso espositivo: un invito a interrogarsi sul concetto di sguardo, sulla sua natura analitica e introspettiva e sulla sua capacità di farsi esperienza. 

Le opere, come i visitatori, sono voyeur, sono “osservatori” e al contempo “osservati”: si riflettono, si misurano reciprocamente restituendo un piacere del vedere carico di virtuosismo tonale, plastico e simbolico.

Le sculture in questo sono protagoniste e portavoce: totem contemporanei che rimandano a figure e personalità stratificate nella storia, ma che rivelano anche le maschere, le fragilità e le contraddizioni dell’uomo contemporaneo. Si stagliano dalla parete come presenze sospese che si impossessano dello spazio della galleria: i loro sguardi, rivolti alle altre opere, compongono una trama simbolica condivisa e archetipica.

Gallo riflette attraverso le sue opere e ci ricorda che la storia non è mai lineare ma ciclica: ritorna, si rinnova, plasma la nostra capacità di comprendere il mondo e alimenta esperienze formando consapevolezze individuali e collettive. Voyeur è un percorso di sguardi, un sistema duale, intimo ed universale, strumento di memoria e trasformazione.


Incontri Burri, Frangi, Verlato

Incontri
Burri, Frangi, Verlato

Opening sabato 7 giugno ore 18.00

8 giugno – 19 luglio 2025
Testo di Chiara Pirozzi

Il discorso sulla luce è un topos fondante della ricerca e della pratica artistica, maggiormente sentito nel linguaggio della pittura. La luce rappresenta un elemento poetico in grado di costruire forme e contenuti dell’opera che l’artista non percepisce come principio intangibile bensì come materia plastica, dotata di un peso specifico e, per questo, capace di sostanziare spazi e rappresentazioni. Se la luce, dunque, descrive un denominatore comune alla sperimentazione visiva, quest’ultima può accomunare artisti dissimili per ricerca, esperienza e visioni ma che, nella stratificazione significativa dei propri lavori, ritrovano il tema della luce come principio d’immaginazione e d’espressione.

La mostra negli spazi della Galleria Nicola Pedana mette in dialogo per la prima volta tre autori italiani: Alberto Burri (Città di Castello, 1915 – Nizza, 1995), Giovanni Frangi (Milano, 1959) e Nicola Verlato (Verona, 1965) che, pur nella diversità degli intenti, concepiscono la luce come materia anti-effimera che ritrova il suo senso pieno, e senza soluzione di continuità, nel suo opposto: l’ombra. In questo insolito confronto, le opere di Alberto Burri rendono organico il discorso sulla luce, qui proposto nella sua capacità di fondersi alla materia utilizzata, lasciandone emergere l’energia vitale generata dalla sua trasformazione. Giovanni Frangi, il cui discorso sulla luce si allarga anche all’utilizzo della fotografia, costruisce e indaga paesaggi e ambienti naturali a partire dall’utilizzo del gesto e del segno che sulla tela costruiscono lo spazio grazie all’utilizzo sapiente di luce piena, di ombre e di penombre. Nicola Verlato affida al figurativo, fra mitologie antiche e contemporanee, la sua ricerca artistica, lasciandosi ispirare, come spesso dichiarato dall’artista, dalla sua fascinazione verso Caravaggio e, dunque, da una luce che diviene carne.

L’incontro fra i tre autori lascia emergere un’ulteriore possibilità di riflessione che riguarda nello specifico gli attraversamenti di astrazioni e figurazioni che nel loro confrontarsi non appaiono così distanti. Nei Cellotex, con un ritorno al linguaggio seppur sperimentale della pittura, Burri propone campiture di colore a contrasto che sembrano costantemente tradire o confondere i principi dell’astrazione giocando con forme sagomate, quasi figure primordiali o simboliche. L’artista amalgama materie, forme e colori elaborando visioni che, nel contesto ampio e articolato della sua decennale ricerca, appaiono come possibili sezioni di paesaggi o corpi. Giovanni Frangi nei suoi dipinti sembra scuotere i paesaggi rappresentati, decostruire forme e sfocare rappresentazioni. Nel suo gesto, Frangi sfida l’ordine della figurazione andando oltre il referente proposto, aprendo a immaginari onirici in cui il dato reale si infrange con l’immaginario e la traccia pittorica e del disegno contempla l’astrazione nel suo muoversi fra il dentro e il fuori del vero.

Nicola Verlato attinge al mito e alla storia con sapiente maestria e virtuosismo del tratto, i suoi lavori fondono e confondono realtà e fantasia che, seppur mantenendo costante la figurazione, immergono lo spettatore in mondi alternativi e paralleli come attivatori di processi intangibili.

Il percorso espositivo proposto negli spazi della Galleria si presenta allo spettatore come un continuo stimolatore di rimandi e connessioni fra i tre autori, una sfida e un allenamento dello sguardo non canonico o tradizionale bensì rizomatico, stimolante, perturbante. Burri, Frangi e Verlato in questo incontro generano vicendevolmente cortocircuiti e congiunzioni, accomunati da una precisa idea di luce e un differente ma parallelo modo di attraversare i contesti del corpo e del paesaggio, della materia e della pittura.

La mostra Incontri propone, dunque, un possibile percorso, non lineare bensì discontinuo, attraverso

lo sguardo di tre autori e mette in scena il corpo della pittura come forma di esperienza attraverso i sensi.


miart 2025

Miart 2025

Artisti I Artists: Alessandro Giannì, Matěj Macháček, Marco Tirelli e Vickie Vainionpää.
Vi aspettiamo al 
Pav MiCo Central Building 0 — Stand A 04

4 – 6 aprile 2025

Viale Scarampo, Milano, IT

Miart 2025

Artisti I Artists: Alessandro Giannì, Matěj Macháček, Marco Tirelli e Vickie Vainionpää.

We will be waiting for you at Hall MiCo Central Building 0 — Booth A 04

4 – 6 April

Viale Scarampo, Milano, IT


Artefiera Bologna 2025

Arte Fiera Bologna 2025

Artisti I Artists: Arno Beck, Alessandro Giannì, Marco Tirelli e Vickie Vainionpää.

Vi aspettiamo al Pav. 25 Stand B 48

7 – 9 febbraio 2025

Viale della Fiera 20, Bologna, IT

Arte Fiera Bologna 2025

Artisti I Artists: Arno Beck, Alessandro Giannì, Marco Tirelli e Vickie Vainionpää.

We will be waiting for you at  Hall 25 — Booth B 48

7 – 9 February 2025

Viale della Fiera 20, Bologna, IT


Arno Beck Missed Calls

Missed Calls

Arno Beck. Il tradimento delle immagini

Per la prima mostra personale negli spazi della galleria Nicola Pedana, Arno Beck presenta una nuova serie di opere che mettono in dialogo l’immagine digitale con la sua riproduzione analogica. L’artista dipinge composizioni astratte che sembrano state generate da un software, ma che in realtà sono frutto di un processo pittorico che preserva l’ambiguità sulla provenienza dell’immagine stessa. Partendo da una riflessione sulla pittura nell’era del digitale, Beck si muove al confine tra le due dimensioni, giocando sulla simulazione e avvalendosi di tecniche diverse che dalle quali emerge uno scambio continuo tra la mano e la macchina, espressione della realtà nella quale viviamo.

Che cos’è un’immagine? Segno, forma, rappresentazione. Le immagini dominano il mondo in cui viviamo ma non sempre si rivelano per quello che sono: sono un artificio del pensiero, sia che ritraggano qualcosa che ha posato davanti un obiettivo, sia che generino una forma immaginaria. L’ambiguità che ogni immagine racchiude – lo dichiarava già René Magritte nel suo Ceci n’est pas une pipe – è al centro del lavoro di Arno Beck, pittore di formazione che ha ben presto iniziato a sperimentare il potenziale delle immagini create nell’universo digitale. Disegnare su una tavoletta non è che un altro modo per generare forme, tuttavia l’”essenza” di queste immagini – se tale si può definire – è destinata a restare un codice numerico, intrappolato in un dispositivo hardware. Beck ha dunque messo in atto negli anni un processo di traslazione che dallo schermo approda alla realtà fisica, servendosi di macchinari utili a trasferire il segno computerizzato in una forma pittorica. Un percorso che dal digitale conduce all’analogico, tracciando una strada inversa a quella più comunemente battuta. In questa ultima serie di lavori, Beck compie un passaggio ulteriore: eliminata la mediazione della macchina, torna alla pittura manuale nel tentativo di recuperare un rapporto più diretto con la realtà fisica, che includa anche errori e imperfezioni assenti nella pura replica meccanizzata. Rimanendo nel contesto di una riflessione sul ruolo della pittura nell’era digitale, Beck assume dunque un nuovo punto di vista che rimanda al concetto di simulazione: forme e segni appaiono “come se” fossero stati creati al computer ma in realtà sono ottenuti grazie a una concomitanza di tecniche pittoriche – dalla stesura a pennello alla pittura spray – che rivendicano una matrice prettamente analogica. La freddezza e la precisione della codificazione digitale lasciano spazio così all’imprevisto dato dall’azione umana: tuttavia, il risultato finale mantiene un forte rimando all’elaborazione digitale, costringendo a interrogarsi sulla provenienza e lo statuto di queste immagini. Ad aumentare tale senso di straniamento sono alcune soluzioni adottate dall’artista: la scansione della superficie in sfondi dal colore diverso, che evoca la compresenza di dimensioni differenti; il riempimento delle forme con effetti che rimandano a texture pixellate; le linee spezzate che imitano un’interruzione del segno. Per descrivere la sua pratica, l’artista ricorre spesso alla parola inglese “blur”, in italiano “sbavare”, “offuscare”, “sfocare” ma anche “confondere”. Ed è proprio nel solco dell’equivocità tra la fugacità del digitale e la tangibilità del reale che Beck opera con la creazione di questi nuovi dipinti: un gioco forse, ma anche un rinnovato invito a diffidare delle tante immagini che ci circondano.

Alessandra Troncone