Eco dal confine

Eco dal confine
Alessandro Giannì
Opening venerdì 22 maggio dalle ore 12.00 alle ore 17.00
– Ultimo ingresso previsto per la visita ore 16.15 –
Dal 23 maggio al 15 luglio 2026
Testo di Chiara Pirozzi
Complesso Monumentale Purgatorio ad Arco
via dei Tribunali 39, 80138 Napoli
Venerdì 22 maggio inaugura la mostra Eco dal confine, personale di Alessandro Giannì (Roma, 1989) presso il Complesso Monumentale Purgatorio ad Arco di Napoli, con il patrocinio del Comune di Napoli e il Matronato della Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee – museo Madre. Accompagnata da un testo critico di Chiara Pirozzi e con il coordinamento di Vittoria Magrì, la mostra è stata concepita dall’artista appositamente per il luogo, presentando un allestimento site-specific e nuove produzioni. A partire dalle suggestioni materiali e immateriali richiamate dall’Ipogeo della seicentesca Chiesa di Santa Maria delle anime del Purgatorio ad Arco, Alessandro Giannì ha realizzato una serie di sculture in ceramica che, come presenze ultraterrene, si collocano all’interno dello spazio in una dimensione sospesa e sono intese dall’artista come risonanze in oscillazione fra diversi piani della realtà, evocando una condizione esistenziale indefinita e spirituale.
La pratica di Alessandro Giannì, che si muove tra pittura e scultura, nasce da una ricerca in cui tradizione, processi digitali e nuove tecnologie dialogano influenzandosi reciprocamente. Spesso resta incognita nei processi di produzione delle opere, aprendosi a una riflessione fra le potenzialità generate dalle due modalità in termini di materia, tecniche e gesti.
L’installazione concepita per il Complesso Monumentale Purgatorio ad Arco connette dunque la ricerca pregressa dell’artista con la storia dell’arte, il rito e l’identità dello spazio; inserendosi all’interno di un progetto di valorizzazione dello spazio museale attivato mediante la relazione con l’arte contemporanea.
testo di Chiara Pirozzi
La natura delle cose resta una questione stratificata e complessa, spesso enigmatica, nutrita di esperienze e suggestioni, tradizioni e mondi culturali. Anche lo stato delle cose, che può apparire stabile per un certo tempo, è in realtà costantemente attraversato da movimenti e trasformazioni. Con le sue sculture, Alessandro Giannì sembra voler restituire una condizione indefinita che emerge da una materia mobile e magmatica, dalla quale affiorano sagome avvolte dal mistero.
Le immagini che l’artista trasforma in visioni sono risonanze, brusii di senso di cui non sempre è possibile intercettare un referente fisico. Eco dal confine, titolo della mostra, suggerisce un abbaglio percettivo che si agita in uno stato liminale e che l’artista restituisce in forma plastica e puntuale attraverso elementi autonomi ma inevitabilmente sospesi all’interno della medesima trama relazionale. Le opere sembrano manifestarsi, difatti, come presenze in transito, frammenti di apparizioni che sfuggono a una definizione stabile e che mantengono aperta la possibilità di molteplici interpretazioni. In questa oscillazione continua tra riconoscibilità e dissolvenza, l’immagine perde il proprio carattere descrittivo per assumere una dimensione più percettiva e mentale, prossima all’esperienza del ricordo o del sogno.
L’installazione concepita da Alessandro Giannì in stretta relazione con gli spazi della chiesa inferiore di Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco connette la ricerca dell’autore all’identità del luogo, innestandosi in una temporalità costruita sull’ambiguità fra documentazione d’archivio e leggenda, tradizione e rito.
In questo ambiente fortemente connotato e carico di presenze, l’artista interviene sia con elementi che attraversano lo spazio in senso orizzontale, sia con forme che, a partire da questa direttrice, si sviluppano verticalmente. La relazione con l’architettura non assume mai una funzione meramente scenografica, ma diventa parte integrante del processo installativo, attivando un dialogo continuo tra le opere, la memoria sedimentata del luogo e il corpo del visitatore. L’esperienza dello spazio si costruisce così attraverso una tensione emotiva, nella quale prossimità e distanza, luce e ombra, materia e vuoto convivono e si attraversano.
L’installazione site-specific propone differenti dimensioni che agiscono nei passaggi di stato, in cui la materia transita continuamente dal solido al liquido e viceversa. Una condizione che, all’interno della chiesa del Purgatorio ad Arco, assume inevitabilmente una valenza spirituale e mistica, ma che nella pratica di Alessandro Giannì è già inscritta in una ricerca nutrita dall’ambiguità tra analogico e digitale. Tale tensione permane spesso come elemento indecidibile nei processi di produzione delle opere, aprendosi a una riflessione sulle possibilità generate dalle due modalità in termini di materia, tecnica e gesto.
Muovendosi tra pittura e scultura, l’artista inserisce nella propria indagine teorica e pratica una riflessione sulla produzione delle immagini, la cui autorialità può essere condivisa con le tecnologie digitali e con l’intelligenza artificiale. Con quest’ultima Giannì sembra ingaggiare una sfida aperta, accogliendo casualità ed errore, lasciandosi trasportare dal processo come nell’attraversamento contemplativo di un paesaggio. In questo senso, la tecnologia non viene assunta come semplice strumento operativo, ma come dispositivo capace di alterare le modalità percettive e cognitive attraverso cui l’immagine prende forma. Le opere si collocano dunque in uno spazio ambiguo, dove l’origine del gesto resta volutamente opaca e dove la distinzione tra intervento umano e generazione algoritmica tende progressivamente a dissolversi.
Se torniamo infine ai due termini che compongono il titolo della mostra – Eco dal confine – entrambi descrivono condizioni inscrivibili in un territorio ma, al tempo stesso, appaiono reciprocamente contraddittorie: un’eco, per sua natura, non può ammettere confinamenti ed è in grado di riscrivere prospettive spaziali e sue percezioni.
Alessandro Giannì propone visioni che precedono il momento in cui l’immagine si cristallizza in un’idea definita, quando ancora permangono possibilità molteplici e non orientate, aperte a sviluppi differenti. In questa fase germinale, la ricerca si apre a una dimensione instabile, mobile e irriducibile, in cui le forme restano in uno stato di continua negoziazione con la materia e con la percezione. Come un’eco che risuona sulla soglia, il suo lavoro si colloca in uno spazio interstiziale in cui ciò che appare non è mai del tutto separato da ciò che sta per emergere, ma ne costituisce piuttosto una traccia in trasformazione continua.











