Signs - Jean-Baptiste Bernadet

Signs

Jean-Baptiste Bernadet

Opening 3 ottobre ore 18.00

Dal 4 ottobre al 28 novembre 2026

testo di Antonello Tolve

Come quando guardare significa attraversare una durata più che uno spazio

“Malerei verwandelt den Raum in Zeit, Musik die Zeit in Raum“.

Hugo von Hofmannsthal

Il lavoro di Jean-Baptiste Bernadet, la frase di Hofmannsthal ci dice che la pittura trasforma lo spazio in tempo mentre la musica il tempo in spazio, appartiene a una genealogia linguistica che mette in crisi il principio della rappresentazione per definire una pratica che non cerca di nominare le cose, bensì di interrogare il momento in cui esse prendono forma, si dissolvono e ritornano a essere limpida, cristallina, pura possibilità percettiva. A ogni principio descrittivo Bernadet contrappone un universo autonomo, fatto di figure, di unità elementari, di ingredienti che fanno i conti con gli strumenti essenziali della pittura, ma senza mai ricadere nel gelo aniconico dell’analitico, anzi mostrando in-potenza una vibrazione che tocca il nervo dell’emotività. La sua ricerca si sviluppa infatti dentro un territorio apparentemente minimale, dove il colore rinuncia alla funzione illustrativa per giocare con diverse catene associative e assumere il ruolo di materia pensante. In ogni suo lavoro le superfici – in questo caso lastre di nera pietra lavica legate tutte a un titolo sintomatico, Signs – non ospitano immagini nel senso tradizionale del termine (l’immagine in sé è lasciata alla fotografia, intesa quasi come un quaderno di appunti, come un giornale di bordo, come un taccuino visivo), piuttosto costruiscono, appunto, condizioni di visibilità, sensazioni di silenziosa instabilità, ambienti ottici nei quali lo sguardo è costretto a rinegoziare continuamente le proprie coordinate: tra l’altro l’opera non si concede mai come corpus conclusus, ma come evento (come avvenimento), come fenomeno che accade nell’intervallo tra il dipinto e chi lo osserva. Al prelievo diretto della realtà segue sempre, e non a caso, una consapevole elevazione a racconto diverso (a tratti divergente), la cui forza è tutta giocata sull’impressione primaria che genera una misuratissima allucinazione retroscopica per allungare lo sguardo sulle pulsioni del passato (quello dell’artista che assorbe il mondo e lo modella) fino a portarle in un presente – in un tempo dato in quanto durata reale – dove l’unica presenza è lo sguardo dello spettatore (in alcuni casi anche il suo corpo) che interroga l’opera e, seppur momentaneamente, la abita.
Bernadet costruisce via via il lavoro – che sia lastra di pietra vesuviana o anche tela – attraverso un processo di stratificazione in cui ogni velatura modifica la precedente senza cancellarla definitivamente.
Il tempo della pittura rimane così inscritto nella pelle dell’opera (membrana sensibile, capace di mettere in comunicazione due differenti regimi dell’esistenza), trasformando la superficie in una memoria attiva e accogliente. Se non a priori, nell’atto del dipingere, non esiste un gesto spettacolare né una dichiarazione espressiva immediatamente riconoscibile: ciò che emerge dalle sue opere è piuttosto una disciplina del fare (del guardare per fare), una pratica che affida alla variazione luminosa il compito di produrre differenza, nonché di sottrarre la pittura alla spettacolarità dell’immagine.

Dato nel suo divenire, il colore, con lui, cessa definitivamente di essere un mero elemento decorativo per farsi soglia percettiva, controspazio sensorio, territorio in cui convivono sintesi additiva (quella adottata da George Seurat), sintesi sottrattiva (quella usata da Jakob Christof Le Blon) e contrasto simultaneo (quello sfruttato da Paul Signac). Di opera in opera le campiture cromatiche sembrano respirare, oscillare tra saturazione e rarefazione, tra affioramento e ritiro, tra presenza e sparizione, mentre la luce non illumina il dipinto soltanto dall’esterno, ma pare generarsi al suo interno, come se la materia cromatica custodisse una sua propria energia latente. In questo scenario che ricorda ora un paesaggio marino, ora lo sterminator Vesevo, ora ancora una località archeologica pompeiana (magari la Villa di Poppea a Oplontis, visitata dall’artista durante una residenza preparativa a questa esposizione) o una eco di Paestum, l’occhio non attraversa semplicemente la superficie: vi permane, ne segue le vibrazioni minime interne, si lascia coinvolgere in un’esperienza che è insieme visiva e temporale.

Dato nel suo divenire, il colore, con lui, cessa definitivamente di essere un mero elemento decorativo per farsi soglia percettiva, controspazio sensorio, territorio in cui convivono sintesi additiva (quella adottata da George Seurat), sintesi sottrattiva (quella usata da Jakob Christof Le Blon) e contrasto simultaneo (quello sfruttato da Paul Signac). Di opera in opera le campiture cromatiche sembrano respirare, oscillare tra saturazione e rarefazione, tra affioramento e ritiro, tra presenza e sparizione, mentre la luce non illumina il dipinto soltanto dall’esterno, ma pare generarsi al suo interno, come se la materia cromatica custodisse una sua propria energia latente. In questo scenario che ricorda ora un paesaggio marino, ora lo sterminator Vesevo, ora ancora una località archeologica pompeiana (magari la Villa di Poppea a Oplontis, visitata dall’artista durante una residenza preparativa a questa esposizione) o una eco di Paestum, l’occhio non attraversa semplicemente la superficie: vi permane, ne segue le vibrazioni minime interne, si lascia coinvolgere in un’esperienza che è insieme visiva e temporale.

Il riferimento alla storia dell’astrazione appare inevitabile, ma sarebbe riduttivo leggere Jean-Baptiste Bernadet come l’erede lineare di una tradizione modernista, senza poi pensare anche a una parabola che dall’impressionisme tocca i capisaldi del secolo scorso. Se da un lato è possibile riconoscere una affinità con la pittura neo-minimalista (in particolare con i suoi lineamenti di processualità e espressività) o anche con alcune esperienze dell’astrazione lirica, dall’altro il suo lavoro introduce una riflessione profondamente attuale sulla natura profonda dell’immagine. Le sue superfici sembrano del resto sottrarsi tanto all’autonomia formalista quanto alla necessità squisitamente narrativa, collocandosi poco a poco in una zona intermedia, dove l’opera diventa dispositif expérientiel. È proprio questa sospensione a costituire, mi pare, uno degli aspetti più significativi della sua ricerca e della sua metodologia: l’immagine non viene mai completamente data, ma continuamente differita: e ogni passaggio cromatico suggerisce la possibilità di una forma senza mai fissarla definitivamente, lasciando viva una sorta di indeterminatezza che non rappresenta una mancanza di definizione, bensì una precisa strategia linguistica che restituisce centralità all’atto (anche sonoro direi) del vedere. Di conseguenza, lo spettatore non occupa una posizione esterna rispetto all’opera, è anzi chiamato a partecipare alla costruzione del senso attraverso un’attenzione lenta, incompatibile con il consumo rapido delle immagini che caratterizza la contemporaneità. In altre parole la pittura di Jean-Baptiste Bernadet richiede tempo (nelle sue quattro accezioni greche di καιρός, χρόνος, αἰών e ἐνιαυτός), distanza e ritorno, poiché ogni osservazione modifica la precedente.

Accompagnata spesso da un titolo tra parentesi tonde, ma lasciata ossimoricamente senza un titolo (Untitled), ogni sua opera si misura inoltre con una duplice strada che lo spettatore può intraprendere per vivere un viaggio solitario: abbandonarsi da un lato a un potente visual cliff che può portare alla compattezza di un paesaggio, al fotogramma di un vecchio film, a una foto scattata appunto come appunto visivo o a una canzone (If I Give My Heart to You di Doris Day, The Way We Were di Barbra Streisand, E penso a te o Vorrei che fosse amore di Mina), dall’altra seguire una strada indicata, ma soltanto per amplificare il senso emotivo che trasmette il colore, inteso soprattutto come luce, e a cui, per di più, è affidato il compito primario di depositare l’emozione fenomenica per assicurarla a lunga memoria.

Permeata da un senso dove ogni pennellata o colata o anche miscela di diversi pigmenti si fa strumento per una metanarrazione non dichiarata ma sottile e dove la realtà quotidiana si trasforma in una lente interpretativa (il micro e il macro si confondono) che rivela il significato latente delle emozioni umane, la sua pittura è il prodotto di una costante reificazione, un luogo in cui anche la luce ambientale, il movimento del corpo nello spazio o la durata della permanenza davanti all’opera incidono sull’ἀχωριστία (inseparabilità, ciò che non può essere separato) dell’esperienza percettiva nella vita vera.

In un’epoca dominata da quella che José Jiménes ha definito come una nueva densidad, credo che il lavoro di Jean-Baptiste Bernadet riaffermi la specificità della pittura non come linguaggio nostalgico, ma come una tecnologia della percezione, come una psicofisica della visione che a volte fa avvertire anche un certo qual umidore atmosferico o una potente (inaspettata) virgola di brillantezza.

Le sue opere ricordano sempre che vedere non coincide con riconoscere realisticamente qualcosa che appartiene al Lebenswelt (al mondo-della-vita) e che la superficie dipinta può ancora costituire uno spazio critico capace di rallentare lo sguardo, di sorprendere, di sospendere l’evidenza e restituire complessità all’esperienza visiva. La sua pratica si colloca così nel pieno di una tradizione che considera la pittura non come semplice produzione di forme, ma come esercizio conoscitivo, dove ogni lavoro diventa il luogo in cui il colore pensa se stesso, mentre lo spettatore è invitato a popolare quella fragile soglia in cui la visione smette di essere certezza e torna a farsi domanda.

Roma, 22-23 luglio 2026 Antonello Tolve